Ponte senza "trucco Nato", paga l´Italia
L’ambasciatore USA alla NATO chiarisce: il ponte non può essere contabilizzato come infrastruttura militare, stop ai tentativi italiani di alleggerire la spesa
Giulio Ambrosetti
In una dichiarazione rilasciata a Bloomberg, la multinazionale dell’informazione con sede a New York e filiali in tutto il mondo, l’ambasciatore statunitense presso la NATO, Matthew Whitaker, ha detto a chiare lettere che l’Italia non deve conteggiare i fondi per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina come spese militari. Parole pesanti come pietre che mettono la parola fine al tentativo italiano di alleggerire il costo annuale della NATO.
Com’è noto, qualche mese fa i capi dei governi dei 32 Paesi che fanno parte della NATO hanno stabilito che ogni Paese verserà ogni anno alla NATO il 5% del proprio Prodotto Interno Lordo (PIL). Così ha voluto soprattutto il Governo federale americano di Donald Trump, infastidito dal fatto che pochissimi tra i Paesi NATO hanno rispettato l’ultimo accordo che risale al 2012, quando si stabilì che ogni Paese NATO avrebbe versato il 2% del proprio PIL. Accordi che tanti Paesi NATO non hanno rispettato. Per tredici anni gli USA hanno fatto finta di niente e, di fatto, hanno pagato per tutti. Con Trump è arrivata la svolta: tutti i Paesi NATO dovranno pagare non il 2% ma il 5%. Per la precisione, il 3,5% del PIL di ogni Paese NATO verrà utilizzato per armi ed eserciti; l’1,5% per infrastrutture, ricerca e tecnologie militari.
L’Italia ha un PIL che ammonta a poco più di 2 mila miliardi di euro; ciò significa che il 5% equivale a poco più di 100 miliardi di euro. Stando al nuovo accordo NATO, l’Italia dovrà corrispondere alla NATO circa 70 miliardi di euro per armi ed eserciti; e circa 30 miliardi di euro per infrastrutture, ricerca e tecnologie militari. Il Governo di Giorgia Meloni ha provato a far passare per “infrastruttura militare” il Ponte sullo Stretto di Messina che è un’infrastruttura civile. L’amministrazione Trump ha detto “No”.
Ricordiamo che l’accordo sul 5% del PIL da corrispondere alla NATO è stato oggetto di polemiche. Il capo del Governo spagnolo, Pedro Sanchez, ha detto che il suo Paese non verserà mai questa somma. Il PIL della Spagna ammonta a circa mille e 500 miliardi di euro. E avrebbe dovuto versare alla NATO circa 75 miliardi di euro. Sanchez ha contestato l’accordo, dicendo che il suo Paese non ha alcuna intenzione di tagliare fondi alla sanità, alla scuola e ad altri settori della vita pubblica spagnola per finanziare la NATO. Anche i governanti di altri Paesi che fanno parte della NATO trovano la cifra esosa. Però dimenticano che, per tredici anni, non solo non arrivavano mai a corrispondere alla NATO il 2% del PIL, ma tra i pochi fondi che erogavano all’Alleanza politica e militare tra Paesi europei e Nord americani conteggiavano spese che non erano esattamente militari come, per citare alcuni esempi, le attrezzature e il vestiario delle forze dell’ordine. Come già ricordato, gli americani facevano finta di non capire. Ora lo scenario è cambiato. E i nodi stanno arrivando al pettine, soprattutto in Europa. Perché se i 32 Paesi NATO non corrisponderanno il 5% del proprio PIL, il presidente Trump ha minacciato di chiudere l’esperienza della stessa NATO. Per dirla in breve, la difesa ha un costo e gli Stati Uniti d’America, in un contesto geopolitico mutato, non possono più sostituirsi economicamente ai Paesi europei.
Superfluo aggiungere che la precisazione del presidente USA sul corretto calcolo del 5% del PIL per la NATO arriva in un momento di crisi economica per alcuni Paesi europei. Una crisi provocata in buona parte dalla guerra in Ucraina. La Francia è in grande affanno: ha quasi perso le colonie africane che erano una fonte non indifferente di introiti monetari e di minerali strategici, a cominciare dall’uranio, e ‘viaggia’ con un debito pubblico che ha superato i 3 mila e 300 miliardi di euro. La Germania è in grande difficoltà, perché non sa a chi vendere i propri prodotti industriali, auto in testa. L’Italia ha un debito pubblico che supera di poco i 3 mila miliardi di euro e paga ogni anno più di 100 miliardi di euro di interessi sullo stesso debito pubblico. Non è facile capire dove il nostro Paese troverà altri 100 miliardi di euro per le spese NATO: non a caso ha provato a conteggiare come opera militare il Ponte di Messina. Il Regno Unito non fa parte dell’Ue ma è pur sempre un Paese europeo con difficoltà economiche e con grandi proteste nelle città contro i migranti. Per dirla con parole semplici, il 5% del PIL da erogare alla NATO, in questo momento storico, per l’Europa, è un problema serio.
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