Miliardi di Irpef e Iva regalati a Roma e Statuto calpestato
Lo Stato italiano, quando al Governo di Roma e della nostra Isola c’era il centrosinistra, è riuscito a chiudere un contenzioso finanziario in danno degli ignari 5 milioni di cittadini siciliani
Giulio Ambrosetti
In attesa di capire come la Regione siciliana utilizzerà i circa 10 miliardi di euro che ha raccolto in dieci anni per sanare impropriamente un disavanzo trasformato in debito, affrontiamo un secondo argomento: il regalo che gli ignari cittadini siciliani hanno fatto al governo nazionale tra il 2016 e il 2017. Un bel regalo, visto che si tratta di una somma che oscilla da 4 a 5 miliardi di euro per ogni anno sottratti al Bilancio regionale in barba all’articolo 36 dello Statuto autonomistico siciliano. Uno scippo voluto dal centrosinistra - che nel 2016 era alla guida del governo nazionale con Matteo Renzi e, contemporaneamente, alla guida della Regione siciliana con Rosario Crocetta. Sia Renzi, sia Crocetta facevano capo al Partito Democratico. Vediamo, per grandi linee, cosa hanno combinato i politici siciliani dell’epoca, che ovviamente sono i primi responsabili di questo disastro finanziario in danno dei siciliani.
Nel 2016 il governo nazionale decide di mettere la parola fine a un quasi sessantennale contenzioso finanziario tra Stato e Regione siciliana in materia di articolo 36 dello Statuto. Per la cronaca, l’articolo 36 dello Statuto sancisce l'autonomia finanziaria della Regione. Prevede che i fabbisogni finanziari della Sicilia siano coperti dai proventi delle imposte e dei tributi statali la cui riscossione e titolarità spettano alla Regione. Perché nel 2016 lo Stato ha fretta a chiudere la questione relativa all’articolo 36? Perché due anni prima la Corte Costituzionale, su un altro contenzioso finanziario, aveva dato ragione alla Sicilia, stabilendo che lo Stato avrebbe dovuto riconoscere alla Regione siciliana da 4 a 5 miliardi di euro. Allora al Governo, a Roma come in Sicilia, c’era sempre il centrosinistra che, nel silenzio generale, con una decisione politica molto discutibile, stabilì che questa storia doveva finire a tarallucci e vino. E così è stato.
Ma nel 2016 la questione dell’articolo 36 era molto più insidiosa per gli interessi romani. Questo perché, in barba all’articolo 36 dello Statuto - che, come abbiamo sottolineato, assegna alla Regione siciliana i proventi delle imposte e dei tributi statali riscossi nella nostra Isola - lo Stato, a partire dai primi anni ’60 del secolo passato, non si capisce bene a che titolo, tratteneva una parte cospicua delle imposte riscosse in Sicilia. Da qui la levata di genio: approvare le norme di attuazione dell’articolo 36 dello Statuto con un duplice obiettivo: 1) sanare il pregresso, stabilendo che la Regione non avrebbe mai più potuto chiedere la restituzione delle somme trattenute dallo Stato a partire dai primi anni ’60; 2) stabilire che una quota dell’Irpef e dell’IVA maturate in Sicilia vanno allo Stato.
Questa bravata in danno di 5 milioni di siciliani è stata approvata nel 2016 dal Parlamento nazionale e dall’Assemblea regionale siciliana, in quell’anno entrambi a maggioranza di centrosinistra. Con questo accordo - folle dal punto di vista degli interessi della Sicilia - lo Stato riconosce alla Regione i 7 decimi di Irpef, trattenendone 3 decimi. Uno scherzetto che, in media, costa alla Regione siciliana circa 2 miliardi di euro all’anno (che ovviamente aumentano se aumenta il gettito). Rimane sospesa la questione dell’IVA, forse perché il governo Renzi perde il referendum costituzionale del dicembre 2016 e cade, sostituito dal governo di Paolo Gentiloni.
Lo scippo dell’IVA a danno della Sicilia passerà in cavalleria? Nemmeno per idea! A sistemare la questione in sospeso pensa il governo regionale di Nello Musumeci, che ha vinto le elezioni regionali siciliane nel novembre del 2017. Nel gennaio del 2018 il Governo siciliano manda un proprio rappresentante a Roma per firmare l’accordo sull’IVA. Nella Capitale non va Musumeci e nemmeno l’assessore all’Economia, Gaetano Armao. A firmare l’accordo è l’assessore alle Infrastrutture, Marco Falcone, oggi eurodeputato. Cosa prevede questo accordo ‘geniale’? Che la Regione siciliana, invece di tenersi il 100% del gettito IVA, come prevede l’articolo 36 dello Statuto, trattiene solo i 3,64 decimi. Considerato che, in media, un decimo del gettito IVA in Sicilia si attesta, più o meno, intorno ai 500 milioni di euro, con questo secondo scherzetto la Regione siciliana regala a Roma circa 3 miliardi di euro ogni anno.
L’articolo 36 dello Statuto, al 90%, non esiste più. L’articolo 37 - che prevede che le imprese non siciliane che operano nella nostra Isola paghino le imposte alla Regione - viene rispettato solo da UniCredit. L’articolo 38 dello Statuto, voluto dal grande Enrico La Loggia - che prevede interventi dello Stato in Sicilia in materia di opere pubbliche in ragione del minore ammontare dei redditi da lavoro dei cittadini siciliani rispetto alla media nazionale - viene ignorato.
Di fatto, con la mancata applicazione di questi tre articoli dello Statuto, l’Autonomia finanziaria della Regione non c’è più, ammesso che ci sia mai stata.
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