Articolo 38, storia di uno scippo da 152 miliardi
Dal sogno di Enrico La Loggia ai giorni nostri, l’articolo 38, pensato per colmare il divario economico della Sicilia, è rimasto sulla carta, consentendo allo Stato di trattenere centinaia di miliardi e lasciando aperta una battaglia culturale e politica per far valere i diritti dei siciliani
Giulio Ambrosetti
È giusto parlare oggi dell’articolo 38 dello Statuto autonomistico siciliano? Sì, per un motivo semplice: perché nonostante la sentenza della Corte Costituzionale numero 87 del 1987, che ha ridimensionato uno strumento che fino ad allora era stato importante, tale articolo è ancora vigente e per tornare ad applicarlo correttamente servirebbe una battaglia culturale e politica da parte dei cittadini siciliani. Nell’articolo precedente abbiamo raccontato come lo Stato, con la connivenza della politica della nostra Isola, tra il 2016 e il 2017, ha sostanzialmente annullato gli effetti finanziari positivi dell’articolo 36 dello Statuto (https://www.websicilianews.it/politica/miliardi-di-irpef-e-iva-regalati-a-roma-e-statuto-calpestato.asp )
Oggi proveremo a raccontare, per grandi linee, la storia tormentata dell’articolo 38 dello Statuto. Questo articolo, voluto da Enrico La Loggia, che può essere considerato il ‘Padre’ dell’Autonomia siciliana, dà allo Statuto della nostra Regione lo ‘spirito riparazionista’. Enrico la Loggia, oltre che giurista, oltre che economista, oltre che coraggioso antifascista, è stato anche un grande appassionato di storia, specialmente della storia della Sicilia. E sapeva bene che lo Stato italiano era in debito con la nostra Isola.
La storia ufficiale dei primi quarant’anni di unità d’Italia nel Mezzogiorno, per essendo ben descritta in alcuni interventi di parlamentari siciliani e meridionali alla Camera dei deputati dal 1861 fino ai primi del ‘900, ancora oggi viene in buona parte nascosta. Scrive Antonio Gramsci: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare chiamandoli briganti”. Anche Enrico La Loggia conosceva bene la storia della sua terra e, tra l’altro, era stato anche parlamentare nazionale eletto in Sicilia e messo da parte dai fascisti. Per questo motivo la Loggia elaborò il testo dell’articolo 38 che così recita: “1. Lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base ad un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici. 2. Questa somma tenderà a bilanciare il minore ammontare dei redditi di lavoro nella Regione in confronto della media nazionale. 3. Si procederà ad una revisione quinquennale della detta assegnazione con riferimento alle variazioni dei dati assunti per il precedente computo”.
Fino a metà anni ’80 l’articolo 38 ha contribuito in modo determinante alla crescita economica e sociale della Sicilia. Si ricordano interventi in agricoltura, nella grande viabilità, interventi in favore delle università, interventi nell’edilizia popolare e scolastica, interventi a salvaguardia del patrimonio forestale, interventi di risanamento ambientale, interventi a sostegno delle attività produttive, interventi a sostegno dei Comuni.
Nell’87 arriva la sentenza della Corte Costituzionale. Che è un ‘capolavoro’: l’articolo 38 rimane un “obbligo costituzionale” ma l’ammontare di questo fondo di solidarietà nazionale e le modalità di erogazione non godono più di garanzie costituzionali! In soldoni, la Consulta mette nelle mani dello Stato l’applicazione dell’articolo 38, garantendo allo stesso Stato la totale discrezionalità!
Negli anni ‘90 la situazione peggiora ulteriormente, venendo meno anche il riferimento al parametro dell’imposta di fabbricazione. E scompare anche il riferimento al periodo quinquennale voluto da La Loggia proprio per dare un ‘respiro’ di programmazione agli interventi finanziari. Insomma, si va a ruota libera con lo Stato che umilia lo Statuto e i suoi ‘Padri’ fondatori.
Dai primi anni ‘90 ad oggi si è andati avanti tra vuoti normativi e qualche tentativo di far rivivere questo articolo dello Statuto, come quello portato avanti dall’ex assessore regionale al Bilancio, Alessandro Pagano. Nel 2016 il professore Massimo Costa, docente di Economia presso l’Università di Palermo, insieme con il dottore Andrea Cuccia, studiando i dati dal 1990 fino al 2015, arriva alla conclusione che lo Stato, con la mancata applicazione dell’articolo 38 dello Statuto, ha scippato alla Regione siciliana 152 miliardi di euro. Il dato aggiornato, ovviamente, fa lievitare la somma.
E allora? Come sottolineato all’inizio, la questione è culturale e politica. Così come andrebbero riscritte le norme di attuazione dell’articolo 36 dello Statuto, andrebbe contestata la sentenza della Corte Costituzionale, che ha di fatto annullato, non si capisce bene a che titolo, una previsione statutaria.
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