9 agosto 2025

Un suicidio in carcere e la gioia sui social: il fallimento della società




Un suicidio in carcere e la gioia sui social: il fallimento della società

Durkheim definì il suicidio come una morte consapevole, in cui il carnefice è anche vittima di se stesso in quanto conscio di ciò che sta per compiere, ed è esattamente quello che è accaduto quando Stefano Argentino ha deciso, in maniera dolorosamente ponderata, di  porre fine alla sua vita, con le lenzuola della sua cella. 

Non si può negare, e i dati ISTAT lo confermano, che in Italia ci sono carceri sovraffollate e che i rapporti interni ai reclusi sono fermi a uno stadio primordiale, il che potrebbe aver contribuito al compimento del drammatico gesto.

Il femminicidio di Sara Campanella, studentessa fuorisede perseguitata da un compagno di corso, e il successivo suicidio del suo carnefice sono due situazioni emblematiche del fallimento della società: non si può morire per mano di chi si è invaghito a tal punto da preferire vedere una persona morta piuttosto che felice senza di lui;  ma non si può neanche gioire del suicidio del carnefice, come invece documentano i commenti acidi, vigliacchi e perfidi che si moltiplicano sui social.

In questo momento abbiamo perso tutti, hanno perso famiglie e scuole, che non sono state in grado di educare i nativi digitali, e non solo, al rispetto, che non hanno marcato le differenze tra chiacchiere da bar di cattivo gusto e commento pubblico, soggetto a conseguenze legali; ma ha perso anche l’istituzione carceraria, che non ha vigilato sulla sicurezza del carcerato. 

Quest’ultima perdita costituisce anche una beffa per chi resta: i genitori di Sara non potranno mai riavere la loro figlia, ma il risarcimento che avrebbero potuto ottenere sarebbe potuto essere investito in altro, in un qualcosa di utile o di bello, invece con la morte dell’assassino questo viene meno e viene paradossalmente sostituito dalla possibilità dei familiari del carnefice di rifarsi sullo Stato, reo di non aver protetto Stefano. 

Tutto ciò naturalmente non giustifica la gogna mediatica né l’emotivismo diffuso che dilaga sui social con messaggi giustizialisti e populisti, perché non c’è vittoria nella morte, mai.

Il femminicidio prima, il suicidio dopo, mostrano la necessità di un cambiamento a partire dalla comunità. Tale trasformazione è realizzabile tramite il lavoro pedagogico ed educativo che può prevenire scelte estreme e accompagnare nel processo di costruzione di valori nella propria crescita personale.

Educatori e pedagogisti, nelle carceri, possono e devono intervenire sulla rieducazione dei detenuti, osservando e progettando, mettendo al centro i bisogni delle persone, che restano tali nonostante il crimine commesso, cosa spesso dimenticata dai qualunquisti. È imperativo, inoltre, promuovere progetti e attività che siano volti alla socializzazione e al supporto emotivo.

Marina Costa, pedagogista ed educatrice


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