Il grano italiano non si salva con i bonus
Il governo nazionale ha annunciato un sostegno ai produttori di grano e un rafforzamento dei controlli sulle importazioni. È un segnale positivo, perché il settore sta vivendo una crisi profonda e i prezzi riconosciuti agli agricoltori sono ormai al di sotto dei costi di produzione.
Ma un contributo una tantum non basta. Se vogliamo davvero difendere il grano italiano bisogna intervenire sulle cause della crisi, a cominciare dai controlli alle frontiere, che non possono essere fatti solo a campione. Tutti i lotti di grano importato devono essere sottoposti a verifiche fitosanitarie rigorose, per garantire la sicurezza dei consumatori e una concorrenza leale nei confronti dei nostri produttori.
Allo stesso tempo serve una tracciabilità completa, dal campo fino alla vendita della pasta. Chi acquista deve sapere con chiarezza da dove proviene il grano utilizzato. Non è sufficiente che un grano proveniente da Paesi extraeuropei venga macinato e trasformato in Italia perché il prodotto finale possa essere percepito come espressione dell'agricoltura italiana, e quindi anche il concetto di Made in Italy va rivisto.
Infine, è necessario applicare la clausola di salvaguardia durante il periodo della trebbiatura, evitando che proprio nel momento della raccolta il mercato venga condizionato dall'arrivo di grandi quantità di grano estero.
Le organizzazioni che rappresentano il mondo cerealicolo devono chiedere con forza al Governo nazionale di trasformare questi obiettivi in provvedimenti concreti. Non bastano gli slogan né controlli sporadici perché è in gioco il futuro di una filiera strategica per l'Italia e, soprattutto, per il Mezzogiorno.
Maurizio Ialuna componente settore agricolo Unicoop Sicilia
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