L´Italia cerca lavoratori, ma continua a perdere quelli che ha
Il nuovo report di CNEL e Unioncamere smonta uno dei luoghi comuni più diffusi sul mercato del lavoro. La difficoltà di assumere non dipende soltanto dalla carenza di competenze: pesano un enorme bacino di inattivi, soprattutto donne, e un turnover che costringe le imprese a sostituire continuamente chi lascia il posto
immagine generata da AI
Ogni volta che un'impresa lamenta di non trovare personale, la spiegazione sembra già scritta: mancano le competenze, i giovani non vogliono fare certi lavori, il mercato non offre le professionalità richieste. È una lettura che contiene una parte di verità, ma che da sola non basta più a spiegare ciò che accade.
Il Terzo Report sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro, realizzato da CNEL e Unioncamere insieme al Ministero del Lavoro, all'Istat e al Centro Studi Tagliacarne, prova a cambiare prospettiva. Per la prima volta mette insieme le esigenze delle imprese, le persone potenzialmente disponibili a lavorare e ciò che accade realmente ai rapporti di lavoro. Il risultato è un quadro più complesso, che sposta l'attenzione dalle sole competenze al funzionamento complessivo del mercato occupazionale.
Nel primo semestre del 2026 le imprese in Italia hanno programmato 2 milioni e 869 mila assunzioni e quasi una posizione su due, il 44,8%, è considerata difficile da coprire. Eppure, sempre in Italia, gli inattivi sono circa 25 milioni, un numero enormemente superiore agli 1,6 milioni di disoccupati. È un dato che costringe a cambiare domanda: il problema è davvero la mancanza di lavoratori o la difficoltà di coinvolgere chi è già potenzialmente disponibile?
La risposta del report è netta. Il principale serbatoio di occupazione non si trova tra chi cerca un impiego, ma tra chi è rimasto ai margini del mercato del lavoro. In questo bacino pesano soprattutto le donne, che rappresentano la componente più numerosa degli inattivi. Tra i 35 e i 49 anni, oltre un milione di loro dichiara di non lavorare per motivi familiari, mentre nella stessa condizione si trovano appena 36 mila uomini. È un divario che va oltre i problemi dell’occupazione, per indicare come il lavoro di cura continui a ricadere quasi interamente sulle donne e come questo finisca per ridurre anche il potenziale produttivo del Paese.
La geografia del fenomeno mette in luce un'altra fragilità strutturale, perché nel Mezzogiorno si concentra il più ampio bacino di persone disponibili a lavorare che, però, non cercano attivamente un'occupazione. Non è soltanto un problema di posti di lavoro insufficienti, ma anche di scoraggiamento, servizi carenti e difficoltà di accesso al mercato. Per questo il report sostiene che formazione e orientamento, pur indispensabili, da soli non possono risolvere il mismatch.
C'è poi un'altra evidenza che merita attenzione. Analizzando le Comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro emerge che molte professioni considerate "introvabili" registrano ogni anno un numero di assunzioni molto vicino a quello delle cessazioni. Tra fonditori, saldatori e montatori di carpenteria metallica, ad esempio, nel 2025 le attivazioni sono state 65.775 e le cessazioni 64.089. Numeri analoghi si riscontrano anche tra meccanici e manutentori. In altre parole, una parte consistente delle nuove assunzioni non serve a creare occupazione aggiuntiva, ma semplicemente a rimpiazzare chi cambia azienda o abbandona il settore.
È forse questa la riflessione più interessante suggerita dal rapporto. Quando le imprese denunciano di non trovare personale, il problema non è sempre che quel personale non esiste. In molti casi esiste, ma il sistema fatica ad attrarlo, a riportarlo nel mercato del lavoro o persino a trattenerlo. Il mismatch, allora, non diventa soltanto una questione di competenze, ma il sintomo di un mercato del lavoro che continua a disperdere una parte rilevante del proprio capitale umano.
PP
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