Sicilia, tre miliardi bruciati in burocrazia
la trappola che soffoca le imprese
La burocrazia costa all’Isola tre miliardi l’anno. I dati CGIA denunciano troppe leggi, poca chiarezza e tempi infiniti. In Italia la perdita complessiva è di 57 miliardi
Foto di MaksRylsky da Pixabay
Ogni permesso, una corsa a ostacoli. Ogni modulo, un labirinto. Per molti imprenditori siciliani, fare impresa significa prima di tutto sapersi orientare tra faldoni, uffici e portali che non dialogano tra loro.
C’è chi aspetta mesi per un’autorizzazione, chi deve rifare da capo una pratica perché una norma è cambiata nel frattempo. E chi, sconfortato, rinuncia a investire.
Questa è la quotidianità raccontata dai dati dell’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, che parla di “burocrazia choc” e stima il costo di questa inefficienza in 57,2 miliardi di euro l’anno a livello nazionale. In Sicilia, la somma dei tempi morti, delle procedure duplicate e dei ritardi vale quasi tre miliardi di euro: risorse sottratte alla crescita, all’innovazione, al lavoro.
Ma cosa significa, concretamente, “costo della burocrazia”? Non è una tassa, ma un insieme di costi nascosti: ore di lavoro dedicate alla compilazione di documenti, spese per consulenze, rallentamenti nei pagamenti e nei bandi pubblici, attese per autorizzazioni edilizie o sanitarie, errori e correzioni causati da norme contraddittorie. Tutto questo genera un danno economico che incide direttamente sulla competitività delle imprese.
In Sicilia, la provincia più penalizzata è Palermo, con un costo stimato in 755 milioni di euro l’anno, seguita da Catania (653 milioni) e Messina (360). Poi Siracusa (321), Trapani (224), Agrigento (214), Ragusa (188), Caltanissetta (135) ed Enna (81), tra le meno colpite a livello nazionale.
Un sistema che, secondo la CGIA, rimanda ad un annoso problema culturale e strutturale italiano: troppe leggi, scritte male e in continua evoluzione, che generano incertezza e discrezionalità nei funzionari pubblici. Nel 2024, le Gazzette Ufficiali italiane hanno totalizzato 35.140 pagine, pari a 84 chili di carta e a un anno intero di lettura. E nei primi nove mesi del 2025 le pagine sono già 25.888.
Dietro quei numeri ci sono le difficoltà quotidiane di migliaia di imprenditori siciliani. Come quelli che, pur volendo investire nel turismo o nell’agroalimentare, si trovano a fronteggiare procedure di autorizzazione che durano più di un anno. O chi, per ottenere un contributo del PNRR, deve interfacciarsi con piattaforme digitali non interoperabili tra comune, regione e ministero.
La CGIA propone una via d’uscita: ridurre la sovrapposizione normativa, accelerare la digitalizzazione e rafforzare il supporto agli enti locali, oggi ancora in ritardo, soprattutto nel Mezzogiorno, nel rendere operativi gli sportelli unici per le attività produttive (SUAP).
PP
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