Sicilia, più pensionati che lavoratori. I dati provinciali
Nel 2024 l’Isola conta oltre 1,65 milioni di pensioni a fronte di 1,47 milioni di occupati. La CGIA: “Serve far emergere il lavoro nero e rilanciare l’occupazione giovanile e femminile”
Nel 2024 la Sicilia si conferma tra le regioni italiane con il maggior squilibrio tra pensioni erogate e occupati. Secondo i dati dell’Ufficio Studi della CGIA, nell’Isola sono state corrisposte 1.657.884 pensioni, a fronte di 1.475.490 lavoratori attivi, per un saldo negativo di 182.394 unità.
Un quadro che mostra uno squilibrio ormai radicato, aggravato da elementi demografici ed economici: calo delle nascite, progressivo invecchiamento della popolazione, scarsa partecipazione al mercato del lavoro e forte presenza di occupazione sommersa.
A livello provinciale, Messina è tra le cinque province italiane più in difficoltà, con 77.002 pensioni in più rispetto agli occupati. Seguono Palermo, con un saldo negativo di 49.788 occupati e Trapani (-22.535). In controtendenza solo Ragusa, una delle pochissime realtà del Mezzogiorno con un saldo positivo (+20.333), dove il numero di lavoratori supera quello dei pensionati.
L’analisi della CGIA segnala inoltre che tra il 2025 e il 2029 la Sicilia dovrà fronteggiare una “domanda di sostituzione” di quasi 174 mila unità, dovuta ai pensionamenti in arrivo. Di queste, circa 75 mila riguarderanno dipendenti privati.
Ma il caso siciliano non è isolato. Il Mezzogiorno nel suo complesso registra 7,3 milioni di pensioni contro appena 6,4 milioni di occupati, con un saldo negativo di 881.809 unità. In testa alla classifica delle regioni più squilibrate troviamo Puglia (-231.706), Calabria (-231.100) e Sicilia (-182.394).
Il Nord, invece, si muove in direzione opposta: Lombardia (+803.180), Veneto (+395.338), Lazio (+377.868) ed Emilia-Romagna (+227.710) mantengono un equilibrio positivo grazie a una base occupazionale più ampia e stabile.
Secondo la CGIA, l’aumento costante dei pensionati e il previsto calo di oltre 3 milioni di lavoratori entro il 2029 rappresentano una minaccia diretta per l’equilibrio dei conti pubblici. Senza un forte rilancio occupazionale, in particolare tra giovani e donne, e un contrasto deciso al lavoro nero, l’Italia rischia di non poter più sostenere il proprio sistema previdenziale.
PP
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