Salvare la Sicilia che produce, nasce l´unione
tra agricoltori, pescatori, PMI e cooperative
Il 5 agosto a Caltanissetta la prima assemblea per costruire una rete di resistenza e rilancio dell’economia reale siciliana
immagine generata da AI
Giulio Ambrosetti
Riusciranno gli agricoltori e i pescatori siciliani a sopravvivere all’Unione europea, al Governo nazionale e al Governo regionale? La domanda ci sta tutta, perché si tratta di tre soggetti istituzionali che, ognuno per la propria parte, stanno affossando agricoltura e pesca della nostra Isola. Cosa fare per fronteggiare quella che sta diventando un’emergenza economica e sociale?
Una possibile risposta potrebbe arrivare il 5 Agosto, quando a Caltanissetta, presso l’Hotel San Michele, alle 16,00, si terrà un’assemblea alla quale parteciperanno agricoltori, pescatori e anche imprenditori di altri settori economici. Noi sappiamo che saranno presenti, tra gli altri, Felice Coppolino, presidente di Unicoop Sicilia, e Franco Calderone, titolare di un’azienda agricola che produce vino e di un oleificio a Marineo, in provincia di Palermo. Da quello che si dice in giro e che si legge qua e là, i presenti saranno tanti. L’obiettivo è capire cosa si può fare, in una Sicilia che ha abbandonato sia gli agricoltori, sia i pescatori, per rilanciare agricoltura e pesca.
Ormai la mietitrebbiatura del grano duro nella nostra Isola è stata completata, eccezion fatta per alcune aree montane. Il prezzo del grano duro siciliano è vergognoso: 23-24 euro/quintale, a fronte di un costo di produzione di 50 euro/quintale. Anche considerando l’integrazione comunitaria, gli agricoltori siciliani che producono grano duro lavorano in perdita. Ma non mollano. Alcuni di loro, in verità, si sono già arresi: c’è chi ha affittato i terreni ai ‘Signori del fotovoltaico’ e chi, addirittura, ha venduto. Del resto, questo è il progetto della Commissione europea di Ursula von der Leyen: trasformare buona parte dei terreni a seminativo del Sud Europa e, segnatamente, di Sud Italia e Sicilia in immense distese di pannelli fotovoltaici. La stessa presidente del Consiglio del nostro Paese, Giorgia Meloni, non ha mai fatto mistero che, a suo avviso, il Sud Italia e la Sicilia dovrebbero dare vita a un hub energetico, tra pale eoliche e pannelli fotovoltaici. Non a caso, la Meloni, da euroscettica, è diventata una fervente europeista: ha piazzato un esponente politico nella Commissione europea - Raffaele Fitto - e in queste ore, mettiamola così, si gode il ‘successo’ della von der Leyen che in Scozia ha siglato un accordo commerciale con il presidente americano Donald Trump che il mondo ci invidia… o quasi. Non è nemmeno il caso di citare il Governo regionale di Renato Schifani, che in materia di agricoltura in generale e di grano duro in particolare ha sempre ‘brillato’ per una totale assenza.
Ovviamente, non c’è solo il grano. Quasi tutta l’agricoltura siciliana oggi è sotto scacco: basti pensare al fiume di ortofrutta, di pessima qualità, a prezzi stracciati, che ogni giorno invade la nostra Isola.
E’ in questo scenario che la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha deciso di tagliare circa 80 miliardi di euro dai fondi PAC, sigla che sta per Politica Agricola Comune, per acquistare armi. Questa decisione è stata presa prima del citato ‘storico’ accordo su dazi doganali e commercio siglato qualche giorno fa dalla von der Leyen con Trump in Scozia. Considerato che bisognerà trovare 750 miliardi di euro per consentire all’Ue di acquistare dagli USA petrolio, gas liquido e armi, più altri 600 miliardi di euro da investire negli Stati Uniti d’America, non è da escludere che il taglio dei fondi PAC possa essere rivisto al rialzo.
Non va meglio alle marinerie siciliane. Parlano i ‘numeri’: oggi il pescato, in Italia, raggiunge la quota di 180 mila tonnellate ogni anno. Il pesce fresco importato sfiora le 240 mila tonnellate ogni anno. Se consideriamo tutta l’importazione di pesce - pesci congelati, essiccati e preparazioni varie - si arriva a quasi un milione e 70 mila tonnellate. In pratica, oggi l’80% circa del pesce che si consuma in Italia viene importato. Perché questo tracollo? C’è, sicuramente, un eccessivo ‘sforzo’ di pesca nei nostri mari. Ma ci sono anche altri problemi: a cominciare dal costo del gasolio per i pescherecci, oggi proibitivo. E ci sono anche i problemi creati dall’Unione europea, che nel corso degli anni ha appioppato alle marinerie italiane una serie di limitazioni in molti casi irrazionali o, a voler pensar male, molto razionali… Perché scriviamo questo? Perché non tutti i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo fanno parte dell’Unione europea e certe limitazioni a carico delle marinerie italiane non sono presenti nelle marinerie dei Paesi che non fanno parte dell’Ue che esercitano l’attività di pesca sempre nel Mediterraneo. Nel nome del ‘Green’ applicato al mare, si crea così una disparità di trattamento ai danni dei pescatori europei. Per non parlare del Tonno Rosso del Mediterraneo, che è in buona parte prerogativa delle ‘Navi fattoria’ che imperversano nel Canale di Sicilia. Imbarcazioni altamente specializzate nella pesca del Tonno Rosso che, di fatto, lavorano solo per il mercato giapponese, dove il prezzo raggiunge valori 10-15 volte superiori al prezzo del tonno in Italia. Tutto questo mentre le imbarcazioni italiane che cercano di pescare il Tonno Rosso vengono onerate di ‘cervellotiche’ quote pesca.
Questo è, grosso modo, lo scenario. Agricoltori e pescatori della nostra Isola hanno cominciato a capire che dalla politica Ue, italiana e siciliana non otterranno alcunché. Così hanno deciso di cominciare a organizzarsi. Da quello che sappiamo, l’incontro del 5 Agosto dovrebbe configurarsi come l’inizio di un percorso per ricercare soluzioni al di fuori della politica tradizionale.
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