7 maggio 2026

L´intelligenza artificiale ridisegna il lavoro
ma la Sicilia gioca una partita a sé


In Sicilia oltre mezzo milione di persone svolge attività destinate a trasformarsi, soprattutto tra turismo, commercio e uffici. Ma con un sistema produttivo poco digitalizzato, il rischio non è perdere lavoro, ma non riuscire a trasformarlo



L´intelligenza artificiale ridisegna il lavoro<br>ma la Sicilia gioca una partita a sé

immagine generata da AI

Fino al 37% delle attività nei settori chiave della Sicilia è tecnicamente automatizzabile entro il prossimo decennio. Ma il dato che definisce la realtà ad oggi è che solo il 10% delle imprese utilizza strumenti di intelligenza artificiale, una bella distanza dai numeri della previsione della Banca d’Italia.

È in questa distanza tra potenziale e realtà che si misura la trasformazione del lavoro nell’isola. Basta allargare lo sguardo all’Italia. Tra gli 8 e i 10 milioni di lavoratori sono esposti all’intelligenza artificiale e, secondo le stime più accreditate, entro il 2030 circa il 27% delle ore lavorate potrà essere automatizzato. Non è una prospettiva teorica, ma una trasformazione già in corso: in Italia non stiamo andando verso meno lavoro, ma verso lavori profondamente diversi per circa metà della forza lavoro.

La Sicilia dentro il cambiamento: numeri e struttura reale

In Sicilia gli occupati sono circa 1,1–1,2 milioni. Di questi, quasi tre su quattro lavorano nei servizi. Il turismo da solo coinvolge circa 400 mila addetti, il commercio supera i 300 mila, mentre industria e agricoltura hanno un peso molto più contenuto, rispettivamente intorno ai 220–240 mila e agli 80–100 mila occupati.

È una struttura economica che coincide quasi perfettamente con i settori più esposti all’intelligenza artificiale. Se si applicano le stime di esposizione utilizzate a livello internazionale, si ottiene un dato molto concreto: tra 355 mila e oltre mezzo milione di siciliani svolgono lavori destinati a cambiare con l’intelligenza artificiale.  

Nel turismo, dove si concentra una parte rilevante dell’economia regionale, tra il 30 e il 40% delle attività può essere automatizzato. Significa che tra 120 mila e 160 mila persone operano in funzioni che nei prossimi anni saranno profondamente trasformate: prenotazioni, gestione clienti, promozione, prezzi. Non sparisce il lavoro, ma cambia la sua composizione. Le strutture più avanzate producono di più con meno attività amministrative, mentre quelle meno digitalizzate restano indietro.

Nel commercio, che coinvolge oltre 300 mila persone, l’impatto è diverso ma altrettanto rilevante. Tra 80 mila e 115 mila lavoratori operano in attività esposte all’intelligenza artificiale. Qui la trasformazione non avviene dentro i negozi, ma nel mercato: piattaforme digitali e grandi operatori utilizzano già algoritmi per prezzi, logistica e domanda, mettendo sotto pressione il piccolo commercio locale.

Anche se non lo si immaginerebbe, negli uffici, pubblici e privati, la trasformazione è ancora più diretta. Tra 90 mila e 135 mila persone svolgono attività che potranno essere in larga parte automatizzate, come documenti, pratiche, contabilità di base. È il segmento dove l’AI inciderà di più nel breve periodo, anche perché qui si concentrano gli investimenti del PNRR sulla digitalizzazione.

L’industria, meno centrale nell’economia siciliana, conta tra 55 mila e 85 mila lavoratori esposti, mentre l’agricoltura, che ne conta “solo” tra 8 mila e 20 mila, resta il settore meno colpito nell’immediato, ma con margini di trasformazione importanti.

Nel complesso, oltre il 60% delle persone il cui lavoro cambierà si concentra in turismo, commercio e pubblica amministrazione. Non nei settori più innovativi, quindi, ma nel cuore dell’economia quotidiana dell’isola.

Chi è più esposto (e perché non è chi si pensa)

A prima vista si potrebbe pensare che l’impatto più forte dell’intelligenza artificiale riguardi i lavori meno qualificati. Sbagliato.

In Italia, la trasformazione tocca soprattutto chi svolge attività cognitive ripetitive: impiegati amministrativi, addetti alla contabilità, funzioni di back office, professioni tecniche standardizzate. Tra le persone coinvolte dal cambiamento, circa il 67% ha competenze medio-alte.

È un dato importante perché ribalta la percezione più diffusa. Non sono solo i lavori manuali o a bassa qualificazione a cambiare, ma una parte significativa del lavoro d’ufficio e dei servizi.

A questo si aggiunge una dimensione sociale meno visibile ma altrettanto rilevante. Le donne risultano mediamente più coinvolte dall’ingresso dell’AI, non per una questione di genere in sé, ma per la distribuzione del lavoro. Sono più presenti nei ruoli amministrativi, nei servizi e nelle attività di ufficio, quelle che l’intelligenza artificiale riesce più facilmente a automatizzare o trasformare. Anche i lavoratori più anziani, in particolare gli over 50, sono più esposti alla trasformazione, soprattutto nelle attività meno aggiornate dal punto di vista tecnologico.

Mentre nelle regioni più forti, l’intelligenza artificiale distrugge alcuni lavori ma ne crea altri, più qualificati, in Sicilia invece il meccanismo rischia di essere diverso. La distruzione diretta è più limitata, perché l’economia è meno tecnologica. Ma anche la creazione di nuovi lavori è molto più debole. Il rischio, quindi, non è perdere più lavoro degli altri, ma restare fuori dalla trasformazione.

Questo rischio si amplifica se si incrociano i dati sull’AI con quelli strutturali del mercato del lavoro siciliano. Da noi si parte da tassi di occupazione tra i più bassi d’Italia, una quota di laureati inferiore alla media nazionale, un forte mismatch tra domanda e offerta di competenze (Leggi qui). Se a questo si aggiunge il dato nazionale secondo cui oltre il 50% dei lavori cambierà contenuto, il punto è chi riuscirà ad adattarsi. E in un contesto più fragile, la risposta è tutt’altro che scontata.

La trasformazione dell’intelligenza artificiale non si presenterà come una rottura improvvisa, anzi, nella maggior parte dei casi, chi oggi lavora continuerà a lavorare, ma dovrà fare cose diverse e  non tutti avranno gli strumenti per farle.

È qui che si apre il rischio più concreto: non uscire dal mercato del lavoro, ma restare dentro con competenze che valgono sempre meno.

A questo punto, il tema non è più tecnologico, è economico, perché nel medio periodo non sarà l’intelligenza artificiale a ridisegnare il lavoro. Sarà la capacità dei territori di farne qualcosa. SEGUE

PP


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