L´Europa riscopre il mare, ma taglia le risorse
Tra diplomazia oceanica, pesca illegale e competitività, il Parlamento UE chiede più coordinamento e investimenti, ma il bilancio va nella direzione opposta
Foto di Mark Caldicott da Pixabay
Con la più vasta area marittima collettiva al mondo e una presenza distribuita in tutti gli oceani grazie alle regioni ultraperiferiche, l’UE si trova in una posizione unica. Tuttavia, questa centralità non si traduce ancora in una vera diplomazia oceanica capace di incidere sugli equilibri globali. È da questa consapevolezza che parte la posizione espressa dal Parlamento europeo, che chiede un salto di qualità nella cooperazione tra Stati membri e agenzie comunitarie per rendere la pesca sostenibile e difendere gli interessi strategici dell’Unione.
Il dato più immediato è quello della dipendenza dall’estero: il 70% dei prodotti ittici consumati nell’Unione è importato. Una percentuale che evidenzia una fragilità strutturale, aggravata da fenomeni quasi incontrollabili come la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, insieme alla crescente presenza delle cosiddette flotte ombra. Si tratta di emergenze che non solo impoveriscono gli stock ittici, ma alterano il mercato e mettono sotto pressione le flotte europee, già soggette a standard ambientali stringenti. In questo quadro, viene chiesto un rafforzamento del coordinamento operativo, anche attraverso il coinvolgimento di organismi come Frontex, e il potenziamento delle missioni navali europee.
C’è poi un capitolo che riguarda direttamente gli operatori del settore, la competitività. La pesca europea, composta per il 75% da piccola pesca, continua a soffrire per burocrazia e margini ridotti. La richiesta è quella di semplificare le procedure, accelerare i progetti e investire in innovazione. Digitalizzazione e tracciabilità non sono più opzioni, ma condizioni necessarie per garantire trasparenza e valore lungo tutta la filiera.
Un passaggio cruciale della relazione del Parlamento europeo riguarda il ricambio generazionale. Senza prospettive concrete, le nuove leve restano lontane da un settore percepito come incerto e poco remunerativo. Migliori condizioni di lavoro, formazione mirata e flotte più moderne vengono indicate come strumenti indispensabili per invertire la tendenza.
Ma il vero punto di tensione resta quello delle risorse. La proposta di bilancio europeo per il periodo 2028-2034, con appena 2 miliardi destinati a pesca e acquacoltura, segna una riduzione drastica rispetto al passato. Una scelta che, secondo il Parlamento, rischia di compromettere la resilienza delle comunità costiere e la capacità dell’UE di difendere i propri standard.
PP
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