In Sicilia il lavoro che verrà non è quello che immaginiamo
Dai dati Excelsior emerge un’isola che cambia senza rompere con il passato: edilizia, turismo e servizi assorbono la maggior parte della domanda di lavoro, mentre la transizione ecologica si innesta sulle strutture esistenti
Foto di Malachi Witt da Pixabay
Nei prossimi anni l’Italia avrà bisogno di circa 3,7 milioni di lavoratori. È da queste previsioni del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere che parte gran parte del dibattito sul futuro del lavoro, tra intelligenza artificiale, sostenibilità e nuove professioni.
Ma i numeri dei territori sono spesso diversi. In Sicilia, per esempio, i dati Excelsior dicono che nel periodo 2025–2029 il fabbisogno si fermerà intorno alle 241 mila unità e non avremo una regione laboratorio dei nuovi lavori digitali o della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, perché qui, la trasformazione del lavoro non passa dalla nascita di nuovi settori, ma dalla lenta evoluzione di quelli esistenti. E questa dinamica emerge con chiarezza quando si osservano le province.
Palermo: più lavoro, stessa economia
A Palermo si concentra la quota più rilevante della domanda di lavoro, ma il mercato resta dominato da servizi, commercio e turismo, con una forte incidenza di occupazione stagionale e a bassa specializzazione.
Gli interventi del PNRR stanno modificando il contesto urbano, spingendo edilizia e riqualificazione energetica, ma non stanno ancora producendo una trasformazione strutturale del sistema produttivo. Il lavoro cresce, ma resta ancorato a logiche consolidate.
Catania: l’innovazione c’è, ma la tradizione assorbe i numeri
Il mercato catanese è il più eterogeneo dell'Isola, ma vive una profonda scissione interna. Da una parte, il polo della logistica e dell'industria avanzata accetta le sfide della transizione digitale; dall'altra, sopravvive un'economia tradizionale che continua a drenare la maggior parte delle assunzioni. È un territorio dove l'innovazione esiste ed è visibile nelle filiere tecniche, ma non riesce ancora a "contaminare" l'intero tessuto economico, lasciando ampie sacche di occupazione a basso valore aggiunto.
L’illusione di Messina: sembra boom ma mancano le basi strutturali
Messina registra numeri vivaci, ma la base su cui poggia questo dinamismo è argilla. La domanda è dipendente dagli investimenti pubblici e dal boom dell'edilizia, settori che per natura hanno un orizzonte temporale limitato. Con un tessuto imprenditoriale composto da micro-imprese e una dipendenza eccessiva dai servizi, la provincia fatica a generare uno sviluppo autonomo. Il lavoro c'è, ma manca di quella solidità strutturale che permette di guardare al post-PNRR con serenità.
Siracusa epicentro della rivoluzione energetica
Siracusa è l'unica provincia dove la "transizione" non è uno slogan ma una necessità di sopravvivenza. Il destino del polo petrolchimico impone una riconversione strutturale che si riflette direttamente sulla domanda di lavoro ed ecco che si cercano tecnici specializzati nell'energia verde, esperti di gestione ambientale e manutentori industriali di nuova generazione. Qui il mercato del lavoro sta cambiando pelle per non soccombere, rendendo Siracusa il laboratorio siciliano della sostenibilità industriale.
A Ragusa la sostenibilità è già economia locale
A Ragusa la sostenibilità è già realtà operativa, non una promessa. Il modello ibleo, fondato su un'agricoltura e un'agroindustria di eccellenza, ha saputo integrare l'innovazione nei processi tradizionali. La domanda di lavoro non si concentra su "nuovi mestieri", ma su figure tecniche evolute capaci di gestire filiere produttive moderne e sostenibili. È il caso emblematico di come un settore primario possa diventare avanguardia attraverso la qualità.
Trapani e Agrigento, l’immobilismo dei settori maturi
In queste province il mercato del lavoro appare cristallizzato. La domanda resta indissolubilmente legata ai flussi turistici e all'edilizia, seguendo un andamento ciclico che non permette una crescita lineare. La sostenibilità entra soprattutto nella gestione delle risorse turistiche e nella riqualificazione del patrimonio edilizio, ma non si vede ancora una diversificazione capace di offrire alternative occupazionali ai giovani fuori dai settori maturi.
Caltanissetta ed Enna: poco lavoro e trasformazione lenta
Nelle province centrali, il tema non è come il lavoro cambi, ma come attrarlo. Il tessuto produttivo è rado e la domanda resta contenuta entro i confini dei servizi di base e dell'assistenza. La transizione ecologica e digitale, in questi territori, è visibile quasi esclusivamente sul binario degli interventi pubblici locali, senza riuscire a scalfire un isolamento economico che rende la trasformazione lenta e faticosa.
Il quadro complessivo quindi è quello di una regione che non sta vivendo una rivoluzione occupazionale, ma una trasformazione lenta, che si sviluppa all’interno delle strutture economiche esistenti. In più, mentre il sistema produttivo cerca di adattarsi, la Sicilia continua a perdere popolazione attiva, competenze, capitale umano.
Ed è questo il punto che rischia di rendere irrilevante tutto il resto. Non quanti lavori nasceranno, ma quante persone resteranno a farli. SEGUE
PP
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