Ecco perché in Sicilia si guadagna meno
Il divario economico e infrastrutturale tra Nord e Sud si era attenuato nella Prima repubblica ed è tornato a crescere con l’avvento della Seconda Repubblica. Sommerso, part time forzato e assenza di grandi imprese: le statistiche non riportano tutta la realtà
Foto di Niek Verlaan da Pixabay
Giulio Ambrosetti
In Sicilia, nel settore privato, si lavora meno e si guadagna meno? Sulla carta, sì, a giudicare da quello che raccontano i ‘numeri’. In realtà, la cosa è molto più complessa. Le retribuzioni sono sicuramente più basse rispetto al resto del Paese, ma il calcolo delle ore lavorative, a livello ufficiale, non tiene conto della complessità dell’economia della nostra Isola: in primo luogo, il lavoro sommerso; poi il cosiddetto part time involontario, ovvero una condizione lavorativa nella quale i dipendenti vengono impiegati a tempo parziale, anche se desidererebbero lavorare a tempo pieno per varie ragioni, che possono essere familiari o per assenza di alternative; la stagionalità dei lavori in agricoltura e nel turismo; e l’instabilità del mercato del lavoro. In più in Sicilia, tranne qualche eccezione, non operano grandi imprese, con l’eccezione di alcuni grandi gruppi che lavorano nell’edilizia e che vengono a rastrellare commesse dalle nostre parti.
Stando a un studio recente della Cgia di Mestre (Confederazione Generale Italiana dell'Artigianato e di Piccole Imprese di Mestre nota località del Comune di Venezia), nel 2023 la media italiana delle giornate lavorative retribuite è stata pari a 246,1; in Sicilia la media è più bassa: si va dalle 236,4 giornate lavorative registrate a Catania alle 232 giornate lavorative registrate a Palermo e a Caltanissetta, dalle 226,5 giornate lavorative di Enna alle 224,9 giornate lavorative registrate a Ragusa, dalle 224,5 giornate lavorative di Siracusa alle 214,5 di Messina alle 216,2 giornate lavorative di Agrigento, fino a Trapani, ultima in questa sorta di classifica, che si ferma a 213,3 giornate lavorative. Ribadiamo, questi sono i dati ufficiali, la realtà, considerati i fattori già illustrati, a cominciare dal lavoro sommerso, è un po’ diversa.
Le retribuzioni dei lavoratori tra Sicilia e resto d’Italia sono diverse. Sempre secondo i dati dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, la media delle retribuzioni giornaliere nel Nord Italia si attesta intorno a 104 euro, mentre in Sicilia si ferma a 75,5 euro. Lo scenario non cambia se si esaminano le retribuzioni annue: in Sicilia, facendo una media fra le nove province, si arriva a circa 16 mila euro, con Trapani che si ferma a poco meno di 15 mila euro, mentre Palermo, Catania e Siracusa ‘viaggiano’ intorno a 18 mila euro all’anno. Insomma, per dirla in breve, le Regioni italiane nelle quali, stando ai dati ufficiali, il lavoro si paga meno sono la Sicilia, la Calabria e la Puglia.
Il quadro che abbiamo cercato sommariamente di descrivere non è una novità. E’ così da quando è iniziata la storia dell’Italia unita, tra il 1860 e il 1861. Quarant’anni dopo, nei primi del ‘900, Napoli - per citare un esempio - che ai tempi del Regno delle Due Sicilie era una delle Capitali europee, era già diventata una città povera. Non stiamo dicendo nulla di nuovo, sono state le scelte adottate dal 1860 in poi che hanno impoverito il Mezzogiorno: grandi investimenti industriali nel Nord Italia, soprattutto ai tempi dei Governi di Giovanni Giolitti, e spopolamento di Sud e Sicilia con l’emigrazione. La tendenza al dualismo tra Nord e Sud in Italia, descritta in modo magistrale da tanti meridionalisti, da Giustino Fortunato a Francesco Saverio Nitti, da Gaetano Salvemini ad Antonio Gramsci, per citare solo alcuni dei più noti, si è attenuata negli anni della Cassa per il Mezzogiorno e poi dell’Agensud, grosso modo dalla metà degli anni ’50 ai primi anni ’90 del secolo passato. Ma, appunto, si è solo attenuata. A partire dagli anni della cosiddetta Seconda Repubblica il divario economico e infrastrutturale tra Nord e Sud è tornato a crescere. E oggi, oltre a un divario crescente, Sud e Sicilia registrano anche l’emigrazione di tanti giovani, soprattutto laureati, verso il Centro Nord Italia e verso altri Paesi del mondo. Uno spopolamento che viene solo in parte frenato dagli immigrati che arrivano in Sicilia, che preferiscono recarsi nel Nord Italia e nel resto d’Europa, dove trovano migliori condizioni di lavoro e, ovviamente, sono meglio retribuiti.
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