5 maggio 2026

Dove si lavorerà davvero in Sicilia: la mappa provincia per provincia
da qui al 2030


Dopo fabbisogni occupazionali e fuga di capitale umano, i dati Excelsior permettono di leggere la geografia futura del lavoro in Sicilia



  • Dove si lavorerà davvero in Sicilia: la mappa provincia per provincia<br> da qui al 2030
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Dopo aver visto quanti lavoratori serviranno e quanti, invece, stanno lasciando l’isola, la domanda diventa inevitabile: dove si concentrerà davvero il lavoro nei prossimi anni?

I dati del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere delineano una geografia delle opportunità tutt'altro che omogenea. Il fabbisogno stimato di circa 241 mila unità entro il 2029 non si distribuirà infatti a pioggia sul territorio, ma confermerà dinamiche presenti già oggi (leggi qui) che riflettono dimensione economica, struttura produttiva e capacità di attrarre popolazione attiva.

Ed eccola, la mappa del lavoro che verrà nelle province siciliane.

Palermo e Catania: il paradosso dei posti vacanti

Palermo e Catania concentreranno insieme circa il 45% del fabbisogno regionale, ma condivideranno anche il problema crescente della difficoltà a trovare lavoratori.

A Palermo, su circa 60–65 mila unità, oltre il 70% della domanda è prevista nei servizi, mentre quella delle costruzioni sarà al 15–18% e quella dell’industria sarà praticamente marginale. Qui la difficoltà di reperimento si attesterà intorno al 38–42%, con picchi nei servizi turistici e nella ristorazione durante le stagioni di punta.

A Catania i circa 50–55 mila lavoratori richiesti saranno distribuiti per circa il 60% nei servizi, oltre il 20% nell’industria e nella logistica e il 15-18% nelle costruzioni.  La difficoltà di reperimento salirà fino al 42–46%, soprattutto nelle figure tecniche e operative specializzate.

Messina: domanda alta, reperimento difficile 

A Messina il fabbisogno (di circa 25–30 mila unità) si concentrerà  su servizi (65%) e costruzioni (20–22%), mentre la difficoltà di reperimento prevista si colloca tra 40% e 45%, con criticità soprattutto per operai edili, personale turistico e addetti alla ristorazione. 

Siracusa: meno posti, ma i più difficili da coprire

Per Siracusa, che avrà bisogno di circa 18–22 mila lavoratori, distribuiti tra i comparti dei servizi (50–55%), dell’industria e dell’energia (30%) e delle costruzioni (15–18%), è prevista una difficoltà di reperimento superiore al 45–50%, tra le più alte della regione

È la provincia con la quota più alta di domanda tecnica legata alla transizione energetica. Qui cresce la richiesta di manutentori industriali,  tecnici ambientali e operatori specializzati negli impianti. Il problema, come emerge dai dati Excelsior, è che queste figure risultano tra le più difficili da reperire.

Ragusa: equilibrio produttivo, ma carenza di competenze intermedie

A Ragusa il fabbisogno si collocherà tra 12 e 15 mila lavoratori, ma con una forte caratterizzazione produttiva: servizi circa 55–60%, industria/agroindustria tra 20% e 25%, costruzioni intorno al 15%.

La difficoltà di reperimento dei profili necessari si attesta tra il 35% e il 40%, una soglia più bassa rispetto alla media regionale ma comunque sintomatica di un corto circuito in corso. Il problema qui non è la generica mancanza di braccia, quanto la carenza di competenze specifiche come tecnici agricoli, operatori di filiera e figure specializzate nella trasformazione alimentare. 

Trapani e Agrigento restano bloccate nei settori tradizionali

Nelle province di Trapani e Agrigento (circa 18–22 mila lavoratori ciascuna) la domanda prevista per i prossimi anni è concentrata su servizi (70–75%), costruzioni (15–18%), con una quota marginale per l’industria.

Sarà pesante anche la difficoltà di reperimento (tra 40% e 45%), ma con una caratteristica specifica: gran parte delle posizioni riguarda lavori stagionali o a bassa qualificazione, legati soprattutto a turismo e ristorazione. È un modello che fatica a trattenere i giovani e che, allo stesso tempo, produce carenze strutturali di personale proprio nei momenti di maggiore domanda.

Caltanissetta ed Enna perdono lavoro e si svuotano insieme al territorio

Caltanissetta ed Enna si confermano le aree con il minor dinamismo occupazionale.  Con un fabbisogno che oscilla tra le 10 e le 12 mila unità per il Nisseno e non supera le 9 mila per l'Ennese, il mercato del lavoro si presenta estremamente polarizzato e privo di una reale base industriale.

La domanda è quasi interamente assorbita dal settore dei servizi, che copre oltre il 70% delle richieste, mentre le costruzioni resistono in una quota compresa tra il 15% e il 20%. La quasi totale assenza di comparti industriali riflette un'economia a bassa intensità produttiva, incapace di generare una domanda di lavoro qualificata o di offrire percorsi di carriera stabili. La difficoltà di reperimento resta comunque tra 35% e 40%: anche dove il lavoro è poco, diventa difficile trovare lavoratori disponibili, segno di un problema demografico ormai strutturale.

La sfida non è creare lavoro, ma farlo funzionare

Il lavoro in Sicilia nei prossimi anni ci sarà. I numeri lo confermano, descrivendo non una rivoluzione improvvisa, ma una trasformazione lenta e interna ai comparti che già oggi tengono in piedi l’isola. Tuttavia, l’ottimismo deve fare i conti con la realtà di una domanda crescente che però si muove dentro un sistema che si restringe per una varietà di ragioni, dalla sempre minore presenza sul territorio di popolazione attiva, alla difficoltà di far coincidere le competenze richieste con quelle disponibili. Senza contare il fatto, dimostrato dall’analisi dei dati, che i territori non hanno tutti la stessa capacità di sostenere il cambiamento.

A questo si aggiunge la frammentazione che abbiamo analizzato tra le varie province: i territori non possiedono tutti la stessa forza per sostenere il cambiamento. E quindi da qui al 2030 la differenza non la farà il semplice numero dei posti di lavoro creati, ma la capacità di ogni area di tenere insieme le opportunità e le persone in grado di coglierle.

È una sfida che i territori da soli non possono vincere. Senza una programmazione sistematica da parte della politica, capace di governare flussi demografici, formazione professionale investimenti, il rischio che emerge dai dati non è che il lavoro manchi. Il vero pericolo è che la Sicilia si ritrovi con un'economia finalmente pronta a offrire un futuro, ma senza più nessuno a cui poterlo affidare.

PP


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