4 giugno 2026

Il grano crolla, la pasta resta cara e il conto lo pagano gli agricoltori siciliani


La mietitura è appena iniziata ma le quotazioni sono già scese sotto i 19 euro al quintale, torna il dibattito sulle importazioni e sugli effetti delle regole europee sul mercato cerealicolo del Mediterraneo. Per molte aziende agricole siciliane il bilancio rischia di chiudersi in rosso



Il grano crolla, la pasta resta cara e il conto lo pagano gli agricoltori siciliani

Foto di Melissa Askew su Unsplash

 Giulio Ambrosetti

In Sicilia è già tempo di mietitrebbiatura. Si sta cominciando nelle zone pianeggianti: a Ramacca, nel Catanese; a Gela, nel Nisseno; a Licata, nell’Agrigentino. Ancora la crescita dei costi dell’energia non ha raggiunto livelli così proibitivi da fare tornare i nostri agricoltori alle falci. Ma ci sono altri problemi che stanno mettendo a durissima prova gli agricoltori della nostra Isola che coltivano ancora il grano: i prezzi in picchiata. In questi giorni il prezzo del grano duro è sceso a 19 euro al quintale e, in alcuni casi, anche a 18 euro e 50 centesimi al quintale. Questo a fronte di costi di produzione che si attestano fra 31 e 32 euro al quintale. Anche considerando l’integrazione comunitaria erogata dall’Unione europea si produce in perdita. Un disastro.  

In Sicilia, è noto, si coltiva grano duro. Solo in qualche piccola area si coltiva il grano tenero, con produzioni che non sono economicamente significative. La domanda è: perché il prezzo è così basso? Risposta semplice: perché ormai da anni, a cominciare da metà Marzo-primi di Aprile, le regioni del Sud Italia e la Sicilia vengono letteralmente invase da grano duro che arriva da mezzo mondo con le navi. Il grano duro più ‘gettonato’ è quello canadese ma c’è anche il grano duro ucraino, il grano duro greco, il grano duro russo e anche grano duro proveniente dalla Turchia (che potrebbe anche essere grano duro proveniente sempre dalla Russia). 

Perché arriva tutto questo grano duro estero? Perché la produzione di grano duro italiano non riesce a soddisfare la domanda che arriva dalle industrie della pasta (ricordiamo che, a norma di legge, in Italia la pasta si può produrre solo con il grano duro ad esclusione di alcune eccezioni). Questa è la tesi ufficiale. Per l’appunto, i dati ufficiali sono ballerini. Il fabbisogno nazionale di grano duro si attesterebbe intorno a 6 milioni di tonnellate e la produzione italiana di grano duro non supererebbe i 3 milioni e mezzo di tonnellate. Vero? Falso? Vattelappesca! Il fatto certo, oggettivo, inoppugnabile è che, poco prima che inizi la mietitrebbiatura, Sud Italia e Sicilia, come già ricordato, vengono inondate di grano duro estero. Ovviamente, all’aumentare dell’offerta il prezzo crolla. Ed è quello che sta succedendo in questi giorni. 

Dietro questa speculazione al ribasso ai danni dei produttori di grano duro di Sud Italia e Sicilia c’è l’Unione europea. E’ chiaro, lapalissiano, che si tratta di una speculazione che persegue due obiettivi: 1) strappare agli agricoltori meridionali il grano duro a prezzi irrisori per favorire gli industriali; 2) costringere gli agricoltori di Sud Italia e Sicilia ad affittare, meglio se vendere i terreni a seminativo ai ‘Signori dei pannelli fotovoltaici’. Non è un mistero. In queste ore la Commissione europea, bontà sua, sta ‘concedendo’ un po’ di ‘flessibilità’ al Governo di Giorgia Meloni, così come i feudatari elargivano le concessioni  ai vassalli… Ma non per aiutare famiglie e imprese italiane riducendo le accise sui carburanti, ma per potenziare le energie alternative: eolico e fotovoltaico. Lo hanno messo nero su bianco i governanti Ue, per la precisione la Commissione europea.

 In Sicilia, fino a qualche anno fa, si coltivavano oltre 300 mila ettari di grano duro. Oggi siamo a poco più di 250 mila ettari. Diminuisce il grano duro e aumentano le superfici ‘colonizzate’ da pannelli fotovoltaici. Questi sono i fatti. 

Da notare che mentre il prezzo del grano duro continua a precipitare, il prezzo della farina, in media, è pari a un euro e mezzo/Kg. Il prezzo della pasta si attesta, in media, a poco più di un euro/Kg. Il prezzo del pane, in Sicilia, ‘viaggia’ intorno a 3 ero e mezzo/Kg. “Tra chi semina e chi acquista - si legge nella pagina Facebook Foodiverso - c’è una filiera che sembra distribuire margini e potere in modo molto diseguale. Agli agricoltori vengono chiesti sacrifici, efficienza e sostenibilità; quando però arriva il momento di riconoscere un prezzo equo alla materia prima, il mercato diventa improvvisamente inflessibile”. 

Se farina, pasta e pane si vendono a prezzi maggiori del prezzo del grano sorge spontanea una domanda: nelle tasche di chi finisce il valore aggiunto della filiera del grano duro? Indovina indovinello…


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