Dazi USA sul vino, perché non è la fine del mondo
Un rincaro di 2-3 dollari sulle bottiglie economiche non spaventa i consumatori americani. Diverso il discorso per le etichette di pregio, dove l’aumento può arrivare a 100 dollari
Giulio Ambrosetti
Sui dazi doganali americani, in Europa, si sentono e si leggono solo commenti negativi. Le imprese che esportano negli Stati Uniti si stracciano le vesti: costi aggiuntivi di qua, costi aggiuntivi di là. E’ il caso delle aziende che esportano vino. Ma le cose stanno proprio così? Non resta che analizzare il fenomeno guardando ai ‘numeri’.
Cominciamo col dire che i dazi sono un fenomeno globale. Sono tantissimi i Paesi che esportano i propri prodotti in America colpiti dai dazi. Soffermandoci sul vino, va detto che l’Italia avrà gli stessi problemi di Francia e Spagna, due Paesi europei che producono vino e lo esportano negli USA. Considerato che sono tutt’e tre Paesi dell’Unione europea, si ‘sciropperanno’ dazi del 15%. Andrà un po’ meglio per altri tre Paesi che producono vino e lo esportano in America: Cile, Australia e Argentina, che sono stati colpiti da dazi al 10%. Volendo, non è una grande differenza: il 5% può pesare per i vini molto costosi, non certo per i vini dai prezzi, come dire?, nazional-popolari, i cui prezzi oscillano da 6 a 10 euro a bottiglia.
Siamo rimasti molto stupiti nel leggere dichiarazioni di esponenti del mondo del vino italiano, i quali sostengono che ad essere penalizzati saranno i vini del nostro Paese di fascia bassa. Proviamo, per l’appunto, ad affrontare la questione partendo dai ‘numeri’. Una bottiglia di vino italiano che ha un prezzo di 6 euro, nei centri commerciali americani, mettendoci costi e ricarichi vari, può arrivare a costare 16-18 dollari. Con i dazi del 15% il prezzo dovrebbe aumentare di 2, al massimo 3 dollari. Questo aumento del prezzo può scoraggiare un consumatore americano? In quest’analisi giocano vari fattori. Quali? La qualità, ad esempio. Per ciò che riguarda l’Europa, il confronto va fatto con la Spagna, non certo con la Francia, che esporta vini di alta qualità dai prezzi alti. Poi c’è il confronto con gli altri tre Paesi extra-europei che esportano vino negli USA, gravati di dazi, come già accennato, lievemente inferiori, ovvero del 10%. Siamo così sicuri che i vini spagnoli dal prezzo uguale ai vini italiani siano preferiti dai consumatori americani? Siamo così sicuri che i vini cileni, australiani e argentini della stessa fascia dei vini italiani dal prezzo compreso tra 6 e 10 euro verranno preferiti dai consumatori americani solo perchè costano qualche dollaro in meno?
Insomma, quando, parlando di export di vino negli Stati Uniti d’America, alla luce dei dazi imposti dall’amministrazione di Donald Trump, si comincia ad analizzare i ‘numeri’, ebbene, i dubbi non mancano. Che significa questo? Che il Governo nazionale, prima di cominciare a distribuire ristori a destra e a manca, farebbe bene a controllare le quantità di bottiglie di vino vendute in America, raffrontandole con il numero di bottiglie di vino esportate, sempre negli USA, negli anni precedenti. Questo, ribadiamo, vale per i vini dal prezzo contenuto, grosso modo da 6 a 10 euro/bottiglia.
Molto diverso il discorso per i vini dal prezzo medio-alto. Per questi vini i dazi del 15% potrebbero costituire un problema. Infatti, un conto è un aumento di una bottiglia di vino pari a 2-3 dollari, mentre altra e ben diversa cosa è il caso delle bottiglie di vino il cui prezzo aumenta di 20, 30, 40 e, in alcuni casi, anche di 100 dollari e forse più. Certo, nel caso dei miliardari e, in generale, dei cittadini americani che se la passano molto bene, beh, non ci dovrebbero essere problemi. Ma quanti possono essere gli statunitensi per i quali il prezzo del vino è ininfluente?
Anche in questo caso, l’analisi deve partire dal rapporto tra il prezzo di un vino e il consumatore disposto ad acquistarlo. Ci sono vini italiani dal prezzo medio, o anche medio alto che potrebbero sopportare bene i dazi del 15% se riferiti a consumatori per i quali 20 dollari, 30 dollari, anche 40 dollari in più a bottiglia potrebbero non essere un problema. Da qui la solita domanda: quanti sono i consumatori americani per i quali spendere da 20 a 40 dollari in più per una bottiglia di vino non è un problema? Man mano che si sale di prezzo, crescono i problemi. Detto in parole semplici, possiamo affermare che per i vini italiani di basso prezzo i problemi non dovrebbero essere insormontabili, specie se la qualità fa la differenza con i vini spagnoli, cileni, australiani e argentini di fascia simile. Man mano che il prezzo del vino sale aumentano i problemi di vendita nel mercato americano. Sottolineando, comunque, che la qualità, soprattutto in un Paese ricco come l’America, fa la differenza. Se un vino italiano è buono, è apprezzato dal mercato americano, la crescita del prezzo comincia a diventare un problema solo quando l’aumento comincia a ‘pesare’ anche per i consumatori di questo Paese.
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