Violenza e crack a Palermo, la repressione non basta
I controlli non bastano, le famiglie sono assenti, le scuole impotenti. Servono centri, reti e interventi reali, ma intanto in città sono arrivati pure Fentanyl e Ketamina
foto di Marina Costa
Giulio Ambrosetti
Le ‘autorità’ a vario titolo hanno fatto qualcosa per fronteggiare la violenza, soprattutto giovanile, che si registra a Palermo? In parte, sì. Il Sindaco Roberto Lagalla si è rivolto al Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Qualche segnale dal Governo nazionale è arrivato. C’è una stretta su alcune zone della città, ovvero maggiori controlli. Da quello che si capisce, si cerca di ridurre le rapine a turisti, commercianti e comuni cittadini effettuate da minorenni che cercano soldi - anche pochi soldi - per acquistare il crack. Come abbiamo raccontato nelle prime puntate di questo nostro particolare ‘viaggio’ tra la dilagante violenza nel capoluogo siciliano, il crack è una droga a basso costo, ‘nazionalpopolare’, come si direbbe oggi: e per un ragazzo arraffare 50, 30, anche 20 euro è già qualcosa. Quello che non è cambiato, in città, è il via vai di monopattini e biciclette per percorrono le strade ignorando i sensi unici e le corsie preferenziali per bus e taxi. Non è una cosa di poco conto, perché, come ci ha raccontato Nino Rocca, c’è il dubbio che i ‘corrieri’ cittadini che portano il crack dalle abitazioni dove si produce fino ai luoghi dello spaccio, o addirittura anche con servizio a domicilio, siano proprio ragazzini che sfrecciano su monopattini e biciclette per le vie della città.
Non sono molto convincenti i controlli nelle zone cittadine nelle quali, fino ad oggi, avviene lo spaccio. Questo perché possono risolvere il problema per uno, due giorni. Dopo di che i ragazzi che spacciano e i ragazzi che consumano il crack cambiano zona. Né è pensabile mettere sotto controllo tutta la città. Insomma, la repressione, per questi fenomeni sociali, non è la soluzione più indicata. Forse servirebbe il coinvolgimento delle famiglie e delle scuole, considerato che l’evasione scolastica, che a Palermo non è questione secondaria, alimenta la diffusione del crack.
La Magistratura di Palermo si è attivata, dimostrando sensibilità verso questo problema. Lo scorso Aprile si è tenuta una riunione presso il Tribunale della città con il giudice Piergiorgio Morosini. Anche la politica è intervenuta. L’Assemblea regionale siciliana ha approvato una legge e ci sono già i decreti attuativi. Ma i risultati tardano a materializzarsi.
La verità è che si tratta di un problema sociale molto complesso e la soluzione non è a portata di mano. Con l’ex assessore del Comune di Palermo, Rosy Pennino, è stata ipotizzata l’apertura di quattro centri di accoglienza a bassa soglia nei quartieri cittadini coinvolti nello spaccio del crack. Si è parlato di creare una rete tra Comune, Regione, istituzioni sociali, sanitarie, giuridiche con il coinvolgimento delle scuole per cominciare ad affrontare il problema. Non era una brutta idea. Sicuramente meglio della sola repressione. Ma il progetto è rimasto sulla carta, perché l’assessore Pennino è stata sostituita.
Oggi questo progetto dovrebbe essere aggiornato, ammesso che la politica intenda riprenderlo. In alcuni casi, bisognerebbe capire se i ragazzi, visto l’aumento dei controlli, si siano organizzati in altri quartieri. L’unico dato certo, fino a questo momento, è che il fenomeno è in crescita e, di conseguenza, è in crescita il giro di affari. Bisognerebbe intervenire alla fonte: ovvero bloccare l’arrivo della droga in Sicilia e i corrieri che fanno arrivare la cocaina a Palermo. Non è un’operazione facile, perché gli interessi in ballo sono enormi. In piccolo, è un po’ quello che sta succedendo al presidente Donald Trump, che sta provando, se non a bloccare, quanto meno a frenare lo spaventoso mercato di cocaina e Fentanyl nel suo Paese. Quest’ultima è conosciuta come la ‘droga degli zombie’ che in America, ogni anno, miete tantissime vittime. Trump sta incontrando difficoltà enormi per frenare l’arrivo nel suo Paese dei corrieri al servizio dei ‘cartelli’ sudamericani, che attraversano il confine con il Messico per portare la cocaina in America. E sta incontrando enormi problemi per frenare l’arrivo, sempre nel suo Paese, dei ‘precursori’ utilizzati per la produzione del Fentanyl. C’è il dubbio che dietro il grande affare del Fentanyl ci sia la Cina, il cui Governo ha sempre smentito. La realtà è che, in poco più di sei mesi di Governo, Trump ha un po’ ridotto l’arrivo di Fentanyl e ha incontrato mille difficoltà a bloccare e rimpatriare i migranti senza permessi. Non è facile, perché spesso, dietro la cocaina, droga dei ricchi, vengono tirati in ballo i diritti umani dei migranti.
Per chiudere, va detto che il Fentanyl è arrivato anche in Sicilia. A Palermo inizia a circolare insieme con la Ketamina, conosciuta anche come ‘la droga dello sballo’. Con molta probabilità ne sentiremo parlare.
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