10 maggio 2026

Tassiamo l´AI, la nuova guerra mondiale dell´intelligenza artificiale


Una proposta che accende lo scontro tra tecnologia, lavoro e cultura prevede un fondo miliardario finanziato dalle Big Tech per compensare artisti e giornalisti mentre aumentano i posti cancellati dall’automazione



Tassiamo l´AI, la nuova guerra mondiale dell´intelligenza artificiale

immagine generata da AI

Siamo circondati da mani con troppe dita, articoli scritti per i motori di ricerca e video senza anima. È l’AI slop,  termine ormai usato per descrivere la massa di immagini, testi, video e articoli prodotti automaticamente dai modelli generativi e distribuiti sui social network e sui motori di ricerca. Materiale spesso ripetitivo, di bassa qualità, costruito per alimentare traffico, pubblicità e algoritmi di visibilità.

Ma questo sottoprodotto industriale dell'era dell'intelligenza artificiale che sta soffocando la creatività autentica in queste settimane sta dando vita ad un’idea fuori dagli schemi,  quella di una tassa sull’AI per salvare la cultura umana

A rilanciare il tema è stato Mike Pepi, esperto di tecnologia e autore americano, che in un editoriale pubblicato dal Guardian ha proposto una vera e propria “Slop Tax”: un prelievo annuale dell’1% sulle grandi aziende tecnologiche che producono o ospitano contenuti AI generati in massa.

L’idea nasce dalla constatazione che i modelli di intelligenza artificiale vengono addestrati utilizzando enormi quantità di contenuti creati da esseri umani come libri, articoli, fotografie, traduzioni, opere artistiche, senza che chi ha prodotto quel patrimonio culturale riceva compensi adeguati.

Secondo Pepi, una parte della ricchezza accumulata dalle Big Tech dovrebbe quindi tornare a finanziare il lavoro creativo e informativo che l’AI sta progressivamente svalutando. Nel mirino ci sarebbero colossi come Microsoft, Google, Meta, Nvidia e Apple. Considerando le valutazioni astronomiche di queste aziende, anche una tassa limitata all’1% potrebbe generare centinaia di miliardi di dollari.

Le risorse finirebbero in un fondo pubblico destinato a sostenere artisti, ricercatori, archivi culturali, musei e soprattutto il giornalismo locale, uno dei settori più colpiti dalla crisi dell’economia digitale e dall’automazione dei contenuti.

Pepi sostiene che tentare di fermare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sarebbe ormai impossibile, mentre una tassazione mirata potrebbe almeno redistribuire parte del valore economico prodotto dalle piattaforme.

Il costo umano dell’automazione in Cina e negli USA

Il dibattito esce dalla teoria e si intreccia con le prime conseguenze concrete dell’automazione. Non a caso la discussione sulla “Slop Tax” si sta intensificando proprio mentre arrivano le prime sentenze destinate a fare giurisprudenza sul ruolo dell’AI nei licenziamenti e nella riorganizzazione del lavoro.

Uno dei casi più discussi arriva dalla Cina, dove un tribunale ha dato ragione a un lavoratore licenziato dopo che la sua azienda aveva deciso di sostituirlo con un sistema di intelligenza artificiale.

Il signor Zhou lavorava ad Hangzhou come supervisore del controllo qualità dei sistemi AI aziendali. Il suo compito era verificare gli output generati dagli algoritmi. Nel 2025 l’azienda decide di affidare direttamente quel lavoro a un altro modello di intelligenza artificiale, proponendogli una retrocessione accompagnata da un taglio salariale del 40%. Zhou rifiuta la nuova posizione e viene licenziato. Ma il tribunale gli dà ragione, stabilendo che la sostituzione con un sistema AI non costituisce automaticamente una condizione tale da rendere impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro. La decisione viene interpretata come uno dei primi segnali di una possibile regolamentazione del rapporto tra automazione e tutela occupazionale. 

Un approccio molto diverso è quello degli Stati Uniti, dove il mercato sta accelerando la sostituzione del lavoro umano con strumenti generativi e software automatizzati. Secondo le stime diffuse nei primi mesi del 2026, sarebbero già circa 80 mila i lavoratori americani che hanno perso il posto a causa dell’adozione dell’AI nei processi produttivi e amministrativi.

Dentro questo scenario la proposta di Mike Pepi assume un valore politico sempre più ampio. Non soltanto una tassa tecnologica, ma una forma di compensazione economica per un ecosistema culturale e informativo che rischia di essere travolto dall’uso sconsiderato delle nuove tecnologie.

Le ipotesi di Slop Tax

Il problema, però, resta anche tecnico, perché definire giuridicamente cosa sia davvero “slop” non è semplice. Alcuni esperti propongono di tassare maggiormente i contenuti prodotti senza alcuna revisione umana, altri immaginano sistemi di certificazione per distinguere le opere realizzate da persone da quelle generate interamente da algoritmi.

Le Big Tech ovviamente contestano l’idea sostenendo che una misura del genere rallenterebbe l’innovazione, aumenterebbe i costi dei servizi digitali e spingerebbe le aziende a spostare server e infrastrutture verso Paesi con normative più permissive.

Ma il fatto stesso che il dibattito sia ormai uscito dagli ambienti accademici racconta quanto il tema stia cambiando rapidamente. L’intelligenza artificiale non è più soltanto una questione di progresso tecnologico. È diventata una questione di redistribuzione economica, tutela del lavoro e sopravvivenza della creatività umana nell’era degli algoritmi.

PP


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