30 agosto 2026

Stress e burnout, in Sicilia aumentano le richieste di aiuto ma mancano i numeri sul fenomeno


Nel primo quadrimestre del 2024 le richieste di supporto psicologico per problemi legati al lavoro sono cresciute del 145,8%. Palermo e Catania concentrano quasi la metà delle richieste. Ma non esiste una rilevazione regionale complessiva dello stress lavoro-correlato



Stress e burnout, in Sicilia aumentano le richieste di aiuto ma mancano i numeri sul fenomeno

foto di Tima Miroshnichenko su pexels

Quanto sia diffuso lo stress legato al lavoro in Sicilia è difficile da stabilire. Un dato, però, segnala un aumento netto del disagio: nel primo quadrimestre del 2024 le richieste di supporto psicologico per problemi collegati al contesto professionale sono cresciute del 145,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il dato, elaborato da Unobravo su dati indicati come Inail, riguarda le richieste di aiuto e non equivale quindi al numero di lavoratori che soffrono di burnout.

Mentre il Parlamento europeo ha in programma di iniziare i lavori di settembre con il voto su un progetto di relazione legislativa sui rischi psicosociali, lo stress e la salute mentale nei luoghi di lavoro  (leggi qui), vale la pena di analizzare la situazione in Sicilia.

La distribuzione territoriale dei lavoratori che segnalano difficoltà mostra una concentrazione soprattutto nelle due maggiori aree urbane dell'Isola. Palermo rappresenta il 24,3% delle richieste regionali, Catania il 23%. Seguono Messina con il 12,9%, Trapani con il 10,2%, Ragusa con l'8,3%, Agrigento con il 7,6%, Siracusa con il 7,2%, Caltanissetta con il 4,8% e in fondo alla classifica Enna con solo l'1,7%.

Tra i problemi indicati compaiono stanchezza, demotivazione e senso di inadeguatezza, associati anche a rapporti difficili con colleghi e superiori e a problemi nell'organizzazione del lavoro. Sono condizioni che possono alimentare lo stress lavoro-correlato, ma che non possono essere automaticamente tradotte in diagnosi di burnout.

Il problema è che, accanto a questo segnale, non c'è una banca dati regionale capace di dire quante persone siano effettivamente coinvolte. La Sicilia effettivamente dispone da anni di un sistema pensato proprio per intercettare il fenomeno. Oltre dieci anni fa, nel 2014,  la Regione istituì un gruppo di coordinamento sullo stress lavoro-correlato e sul benessere organizzativo, pubblicando anche le opportune linee guida che  prevedevano anche Punti di ascolto nelle strutture sanitarie, con l'obiettivo di raccogliere informazioni utili alla valutazione del fenomeno.

Ma la disponibilità di uno strumento non significa automaticamente disponibilità di una statistica regionale. Al momento, nonostante il valido impianto normativo, non è possibile ricostruire attraverso la documentazione pubblicamente disponibile quanti lavoratori siano stati intercettati, quali problemi siano emersi e come il fenomeno si sia evoluto nel tempo. 

Nel frattempo esistono realtà che hanno già effettuato proprie valutazioni. L'Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia, per esempio, ha aggiornato nel 2024 la valutazione del rischio stress lavoro-correlato utilizzando indicatori come assenteismo, turnover, infortuni, procedimenti disciplinari e caratteristiche del contesto lavorativo. L'analisi ha collocato il rischio complessivo nella fascia bassa.

Il caso dell’Istituto Zooprofilattico mostra che una valutazione del rischio è possibile e può produrre indicazioni concrete sull’organizzazione del lavoro. Il problema, per la Sicilia, è spostarsi da esperienze condotte nelle singole amministrazioni a una conoscenza complessiva del fenomeno.

Il dato sulle richieste di supporto del 2024, con l’aumento del 145,8% di richieste di supporto,  resta quindi un segnale da non sottovalutare, ma non può dirci quanto sia esteso il disagio tra i lavoratori dell’Isola. Per rispondere a questa domanda servirebbe una rilevazione omogenea, aggiornata e capace di mettere insieme ciò che oggi rimane distribuito tra strutture, aziende e diversi strumenti di valutazione. Anche perché, se i rischi psicosociali stanno entrando sempre più stabilmente nelle politiche europee sulla salute e sicurezza sul lavoro, conoscere la loro dimensione reale diventa il primo requisito per poterli prevenire.

PP


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