Screening oncologici, la Sicilia resta indietro: adesione ai minimi in Italia
I dati GIMBE su base ONS 2024 mostrano un sistema che invita ma non convince: la regione penultima in Italia, davanti solo alla Calabria
foto di Kirill Dratsevich su pexels
C'è un numero, tra quelli diffusi dalla Fondazione GIMBE sui dati ONS del 2024, che da solo misura la distanza tra la Sicilia e il resto del Paese sul fronte della prevenzione oncologica: appena il 14,6% dei siciliani chiamati a sottoporsi allo screening per il tumore del colon-retto risponde effettivamente all'invito, contro una media nazionale del 33,3%. Un divario che non nasce da un problema di comunicazione agli inviti, visto che su questo fronte specifico la regione è addirittura in linea con il resto d'Italia, con un'estensione del 95,3% contro il 94% nazionale, ma da qualcos'altro: una volta ricevuta la lettera, in Sicilia si va a fare il test molto meno che altrove. Il risultato è un diciannovesimo posto su ventuno regioni, davanti solo a Campania e Calabria, quest'ultima ferma a un drammatico 4,5%.
Il quadro non cambia se si guarda agli altri due grandi programmi di screening monitorati dalla fondazione. Per la mammografia, che dovrebbe raggiungere tutte le donne nella fascia di età target, la Sicilia invita l'89,1% della popolazione contro il 97,3% della media italiana: un ritardo già di per sé significativo, che si aggrava ulteriormente quando si guarda a chi risponde davvero alla chiamata. L'adesione si ferma infatti al 28,9%, quasi la metà del 50% registrato a livello nazionale, e vale alla regione il ventesimo posto in classifica.
Va ancora peggio per lo screening cervicale, pensato per intercettare precocemente il tumore del collo dell'utero. Qui gli inviti coprono, sulla carta, il 106,2% della popolazione target, un dato tecnicamente superiore al 100% ma comunque inferiore al 117,2% italiano. È però l'adesione a segnare il punto più basso di tutta l'analisi: solo il 27,8% delle siciliane invitate si sottopone al test, contro il 51% nazionale. Una percentuale che colloca la Sicilia al penultimo posto assoluto tra tutte le regioni.
Sommando i tre programmi, il risultato è impietoso: la Sicilia occupa la ventesima posizione su ventuno per copertura media degli screening oncologici, superata da ogni altra regione tranne la Calabria. Ed è proprio incrociando i dati di estensione e adesione che la Fondazione GIMBE individua la chiave di lettura del fenomeno. Se gli inviti arrivano, o arrivano quasi quanto nel resto d'Italia, ma le persone non si presentano ai controlli, il problema non può essere ridotto a una scarsa cultura della prevenzione tra i cittadini. Riguarda piuttosto il modo in cui le Aziende Sanitarie Locali gestiscono l'intero percorso, dalla lettera di invito fino alla effettiva erogazione del test, un passaggio che in Sicilia, così come in gran parte delle regioni del Mezzogiorno, con la sola eccezione del Molise, sembra incepparsi sistematicamente.
Non si tratta di un dettaglio statistico. Gli screening organizzati restano lo strumento più efficace per intercettare i tumori nelle fasi iniziali, quando le possibilità di cura sono maggiori e gli interventi meno invasivi. Ogni punto percentuale di adesione mancata si traduce, nel tempo, in diagnosi più tardive e in una minore capacità del sistema sanitario di incidere sulla mortalità oncologica. Per questo la Fondazione GIMBE, nel presentare i dati, non si limita a elencare le percentuali ma rivolge un appello diretto a Regioni e Aziende Sanitarie Locali, chiedendo un rafforzamento degli interventi organizzativi e una comunicazione pubblica più efficace.
«Prevenzione e promozione della salute – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – sono pilastri essenziali per ridurre l’incidenza delle malattie e garantire la sostenibilità del SSN. Eppure oggi emerge un paradosso evidente: da un lato milioni di cittadini attendono esami diagnostici, non sempre appropriati; dall’altro milioni non aderiscono ai programmi di screening organizzati. Molte Regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, devono rafforzare la propria capacità organizzativa, ma il nodo principale resta la scarsa partecipazione. Servono una comunicazione più efficace, un’informazione capillare e il coinvolgimento attivo dei cittadini. Aderire agli screening organizzati significa diagnosticare precocemente i tumori, trattare tempestivamente le lesioni precancerose, aumentare le probabilità di guarigione definitiva, ridurre sofferenze e costi per il SSN e, soprattutto, salvare vite umane».
PP
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