6 febbraio 2026

Giornata internazionale contro le MGF, in Sicilia mille bambine a rischio


Dall’escissione all’infibulazione, la pratica persiste tra seconde generazioni e arrivi recenti. Fondi pubblici, educazione sanitaria e mediazione culturale restano strumenti chiave per proteggere bambine e donne sull’Isola



Giornata internazionale contro le MGF, in Sicilia mille bambine a rischio

immagine generata da AI

Solo nel 2026, circa 4,5 milioni di ragazze, molte delle quali di età inferiore ai cinque anni, rischiano di subire mutilazioni genitali femminili (MGF). Attualmente, oltre 230 milioni di ragazze e donne convivono con le conseguenze di questa pratica per tutta la vita. I numeri diffusi in occasione della Giornata internazionale di tolleranza zero contro le mutilazioni genitali femminili, costringono ad aprire gli occhi su una realtà ancora troppo diffusa, anche se negli ultimi trent’anni la quota di ragazze sottoposte a MGF è scesa da una su due a una su tre. L’obiettivo è eliminare le mutilazioni entro il 2030, attraverso educazione sanitaria, coinvolgimento delle comunità e dei leader religiosi, formazione degli operatori e uso dei media tradizionali e digitali.

In Italia sono circa 88.500 le donne maggiorenni residenti che hanno subito una forma di mutilazione genitale (rispetto alle 80.000 degli anni precedenti), mentre si stima che circa 16.000 bambine e ragazze sotto i 15 anni siano potenzialmente a rischio di subire la pratica. Di queste, circa 9.000 sono nate in Italia.

Tradizioni diverse, stessa ferita

Le mutilazioni genitali femminili non sono una pratica uniforme, ma interventi differenziati per gravità e funzione simbolica, codificati dall'OMS in quattro categorie. Ogni tipologia riflette specifiche dinamiche di controllo sociale sul corpo femminile, a partire dai Tipi I e II, la clitoridectomia e l’escissione (rimozione parziale o totale di tessuti), diffuse in Africa occidentale. Si tratta di un rito di passaggio, un’iniziazione all’età adulta, necessaria per l’accettazione sociale e il matrimonio.

Il Tipo III, l’infibulazione (la forma più invasiva di chiusura dell'orifizio vaginale) prevale nel Corno d’Africa. È legata alla tutela dell’onore familiare e al controllo della sessualità, incidendo direttamente sul valore sociale della donna. La creazione di una barriera fisica, che verrà rimossa solo dopo il matrimonio, risponde a una rigida esigenza di garanzia della verginità e dell’onore familiare.

Esistono poi forme meno categorizzabili, raccolte nel Tipo IV, che includono interventi meno invasivi ma ugualmente lesivi come punture, raschiamenti o incisioni simboliche, talvolta diffuse in alcune aree dell'Asia e della Penisola Arabica. Parallelamente, in paesi come l'Egitto, assistiamo al fenomeno della "medicalizzazione", dove la pratica si sposta dalle mani delle levatrici a quelle di personale sanitario. Nonostante questo possa far pensare a una riduzione del rischio immediato, di fatto istituzionalizza la violenza, rendendola più difficile da sradicare perché ammantata di un'aura di "sicurezza medica".

In Sicilia numeri alti e il problema delle seconde generazioni

La Sicilia è una delle regioni italiane maggiormente esposte al fenomeno delle mutilazioni genitali femminili, non tanto per i numeri assoluti quanto per la combinazione tra flussi migratori recenti, comunità vulnerabili e fragilità dei presidi territoriali.

 Secondo le stime più aggiornate, sull’Isola risiedono tra 3.500 e 4.500 donne che hanno già subito una MGF, mentre risultano potenzialmente a rischio tra 800 e 1.000 bambine e ragazze minorenni, un dato che colloca la Sicilia tra le regioni prioritarie di intervento, insieme a Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. 

La presenza delle mutilazioni genitali femminili è strettamente legata alla composizione delle comunità straniere residenti e non riguarda in modo uniforme l’intera popolazione migrante. Le comunità numericamente più consistenti sull’Isola, in particolare tunisina e marocchina, non prevedono storicamente queste pratiche, contribuendo a mantenere relativamente contenuto il numero complessivo di donne coinvolte.

Una situazione diversa si riscontra nelle aree urbane di Palermo e Catania, dove è più rilevante la presenza della comunità nigeriana e dove è più frequentemente riscontrata l’escissione (Tipo II), che interessa donne stabilmente residenti e seguite dai servizi territoriali. Accanto a questa realtà, la Sicilia si trova a dover gestire anche una quota di donne in transito o di recente arrivo provenienti dal Corno d’Africa, in particolare da Somalia e Sudan, Paesi in cui è diffusa l’infibulazione (Tipo III). Pur trattandosi spesso di presenze non definitive, l’impatto sui servizi sanitari è significativo, soprattutto in ambito ostetrico.

Nelle province a forte vocazione agricola, come Ragusa e parte del Catanese, i servizi sanitari segnalano una maggiore difficoltà nel monitoraggio delle seconde generazioni perchre in queste zone, dove l’occupazione agricola favorisce l’isolamento delle comunità,le ragazzine spesso sono maggiormanete influenzate dalle tradizioni familiari.

Leggi e risorse per proteggere

Il contrasto alle mutilazioni genitali femminili in Sicilia si basa su leggi nazionali e fondi mirati. La Legge 7/2006 prevede un fondo nazionale per prevenzione e formazione del personale sanitario: negli ultimi anni la Sicilia ha ricevuto circa 33.000 euro nel 2023, 11.800 nel 2022 e 33.370 nel 2021, sempre troppo pochi per far fronte alla situazione.

A queste risorse si aggiungono fondi regionali per la lotta alla violenza di genere, che includono anche le MGF: bandi 2025-2026 per oltre 1 milione di euro, e il Reddito di Libertà 2024, con 236.000 euro a sostegno delle vittime.

Infine, anche progetti europei e nazionali, come “P-ACT” di Amref, finanziati dal FAMI, supportano formazione sanitaria, mediazione culturale e prevenzione nelle comunità migranti, in particolare a Palermo e Catania. Pur essendo limitate, queste risorse permettono di mantenere un sistema di intervento attivo e mirato sul territorio.

PP


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