Cosmeticoressia, l´Antitrust indaga sul marketing dei cosmetici
Prodotti anti-age usati già a 10 anni, dermatiti in aumento e pressione sociale crescente: il caso Sephora e Benefit riporta al centro il tema dell’educazione all’uso dei cosmetici
immagine generata da AI
Si chiama “cosmeticoressia” ed è un fenomeno sempre più diffuso tra i minori, non solo italiani, che oggi entra nel radar delle istituzioni. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha infatti avviato due istruttorie nei confronti di Sephora Italia, Benefit Cosmetics e LVMH Profumi e Cosmetici Italia per possibili pratiche commerciali scorrette relative all’uso precoce di cosmetici per adulti da parte di bambini e adolescenti (anche di età inferiore a 10/12 anni), favorendo acquisti compulsivi di maschere viso, sieri e creme anti-age.
Bambine e preadolescenti, spesso sotto i 10 anni, adottano routine complesse fatte di sieri, creme anti-age ed esfolianti. Una pratica che, dal punto di vista medico, solleva più di una preoccupazione. La pelle in età preadolescenziale è ancora in evoluzione. Il sistema cutaneo non è completamente strutturato, la barriera è più fragile e il pH differente rispetto a quello adulto e l’uso di ingredienti come retinolo o acidi esfolianti può quindi provocare irritazioni, rossori e infiammazioni anche gravi. Non si tratta solo di reazioni temporanee. L’alterazione della barriera cutanea può avere effetti più duraturi, aumentando la sensibilità della pelle e predisponendo a problemi dermatologici futuri. Non a caso, i dermatologi segnalano un aumento fino al 20% delle dermatiti da contatto tra i più giovani.
Eppure, il fenomeno si diffonde sempre di più attraverso un meccanismo sottile. Non una pubblicità esplicita, ma un ecosistema costruito attraverso social, influencer e linguaggi visivi che rendono desiderabile ciò che non è necessario. Le micro-influencer giovanissime diventano il vettore perfetto perché parlano la stessa lingua delle nostre bambine, condividono gli stessi codici e trasformano la skincare in un rito identitario.
Le conseguenze sono doppie. Da un lato, quelle fisiche: dermatiti, sensibilizzazioni, alterazioni della barriera cutanea. Dall’altro, quelle psicologiche: insicurezza, ossessione per l’aspetto, dipendenza da rituali quotidiani. Accanto ai rischi fisici, emergono quelli psicologici. L’idea di una pelle perfetta, continuamente esposta sui social, crea un modello difficile da raggiungere e interiorizzare. La skincare diventa così un rituale obbligato, spesso accompagnato da comportamenti di acquisto compulsivo.
In Sicilia pesa anche l’accessibilità
La diffusione della cosmeticoressia si innesta su un mercato che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita costante e significativa. In Italia i consumi cosmetici hanno superato i 13 miliardi di euro, mentre l’intero comparto industriale viaggia verso i 17 miliardi di fatturato, segno di un settore ormai centrale non solo nei comportamenti di consumo, ma anche nell’economia nazionale. Una crescita che, sempre più, coinvolge le fasce più giovani: oggi circa il 23% della spesa beauty è attribuibile al target teen, mentre l’interesse delle under 14 per la skincare è aumentato fino al 49%.
All’interno di questo quadro, la Sicilia occupa una posizione tutt’altro che marginale. L’isola concentra circa l’8,6% delle imprese cosmetiche italiane, una quota che la colloca tra le regioni con la maggiore presenza di aziende del settore. Si tratta di un tessuto produttivo ampio, che si sviluppa soprattutto intorno ai poli urbani di Palermo e Catania, dove si concentra una parte significativa della distribuzione e della vendita.
Oltretutto, più del 90% delle imprese è costituito da micro realtà, di modo che i prodotti cosmetici sono disponibili in modo capillare, attraverso negozi, catene specializzate ed e-commerce, con una gamma di prezzi che li rende facilmente acquistabili anche dai più giovani.
È proprio questa accessibilità a rappresentare uno degli elementi chiave. In un contesto in cui l’offerta è ampia e vicina al consumatore, la spinta dei social media si traduce rapidamente in acquisto. Le tendenze nate su TikTok o Instagram non restano fenomeni virtuali, ma si trasformano in comportamenti concreti, sostenuti da una rete commerciale già pronta a intercettarli.
Per questo la cosmeticoressia non è una moda o una deriva culturale, ma è anche il riflesso di un mercato perfettamente funzionante anche in Sicilia, nell’apparente distrazione del mondo dell’educazione.
PP
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